Giancarlo Asteo nasce a Roma a Porta Cavalleggeri (zona tra la Fortitudo e l’Oratorio di San Pietro) nel 1933 e muore il 17 dicembre 1986.

Nel 1946 si avvicina al basket giocando in una squadra dell’odierna Petriana ma è all’Istituto tecnico Gioberti che ha vissuto tanti momenti importanti e belli legati a questo sport e dove ha conosciuto le persone (Cerioni, Primo, Rocchi) che sono diventate gli amici di una vita.

Discreto playmaker e difensore, da giocatore raggiunse anche sette convocazioni in nazionale.

Come allenatore inizia a 17 anni (1950) allenando gli juniores del Massimo chiamato da Claudio Coccia; vi giocano Galli, Fontana e Violati.

Nel 1964 porta in serie A l’Ex Massimo

Nel 1965 la delusione per la retrocessione lo fa smettere per quattro anni.

Torna nel 1969 e poi nel 1970 all’Ostiense di Padre Libero.

Nel 1971 viene chiamato al Basket Roma dove gli viene affidata la conduzione di una squadra in Promozione di “vecchie glorie” del basket romano che ha come obbiettivo quello di salire di categoria ed acquisire così per la società il diritto di partecipazione negli anni seguenti ai campionati maggiori.

Nei programmi dei dirigenti c’era infatti la necessità di creare uno spazio nei campionati senior dove a breve sarebbe dovuti confluire, ed avere opportunità di maturazione, i giovani del gruppo del settore giovanile del 1957.

Questo compito viene assolto in pieno ed il Basket Roma guadagna, con due promozioni in due anni, un posto in serie C.

Contemporaneamente gli viene affidato il gruppo dei ragazzi del 1959/60 con i quali riesce a cogliere, nell’annata 1972/73, un secondo posto a livello nazionale nel campionato allievi.

Nella stagione 1973/74 subentra a Giorgio Donati anche nella gestione dello “storico”gruppo dei nati nel 1957 ( Gilardi,Tassi,Manzotti, Cirotti, Ciaralli, Coccia etc ) e con loro coglie il titolo di campione d’Italia nel campionato cadetti e, nell’anno successivo, quello juniores.

In questi stessi anni cura la valorizzazione di questo gruppo di giocatori anche attraverso l’utilizzo degli stessi nei campionati seniores dove comunque riesce a cogliere buone risultati.

Situazioni contingenti portano alla fusione tra Basket Roma e Lazio e di conseguenza consentono ad Asteo, e tutto il gruppo di giocatori, incredibilmente di poter continuare tutti insieme questo loro percorso cestistico comune addirittura in serie A2.

Nel 1976-1977 allena la LAZIO in serie A2 inserendo in squadra altri “suoi”giovani del Bk Roma, da Sbarra a De Angelis e Iannone, da Sensolini a Menichetti.

Allena l’ELDORADO LAZIO- fino alla stagione 1980-81 mantenendo inalterate nel corso di tutti questi anni le pecularietà della sua filosofia di vita e cestistica.

Nella stagione 1981/82 è capo allenatore in serie A1 al BANCO DI ROMA

In quella successiva (1982/83) a Forlì dove conosce Maurizio Gherardini che diventa suo assistente (la moglie di Asteo ricorda scherzosamente che Giancarlo consigliò a Gherardini di cambiare mestiere e dedicarsi sempre al basket ma non dal campo bensì da “dietro le quinte”, sfruttando le sue grandi doti relazionali e di talent scout, caratteristiche ancora poco conosciute tra le dirigenze delle società di basket di allora).

Nel 1983/84 è ancora a Forlì’ dove allena Lino Lardo e dove inizia la sua malattia ai polmoni.

Nel 1985/86 si sposta a Rieti dove allena Joe Bryant e lancia in prima squadra altri giovani come Sanesi e Riccardo Esposito.

E’ ancora a Rieti la stagione successiva dove allena fino a pochi giorni dalla sua scomparsa, soffre in silenzio per un tumore alla parete pleurica, è cosciente della sua posizione. Si dice che su un fisico non al massimo si prese anche una brutta polmonite rientrando da una lontana trasferta con un finestrino della sua auto rotto da qualche tifoso avversario.

Chi lo ricorda non può non sottolineare il suo essere convinto che la pallacanestro potesse ricondursi sostanzialmente ad insegnamenti molto semplici che sviluppassero il miglioramento dei fondamentali tecnici di base perché un buon gioco di squadra sarebbe venuto fuori poi di conseguenza.

La sua caparbietà nell’affermare sempre la sua identità e le sue convinzioni cestistiche anche quando, fuori dallo specifico progetto a livello giovanile, ha avuto l’opportunità di allenare squadre di serie A e dove si è trovato a fare i conti con giocatori abituati ad un rapporto interpersonale diverso ed ad una gestione estremamente più “tattica” degli allenamenti e delle partite.

La testimonianza di Lino Lardo

“Nei 4 anni passati da giocatore a Forlì ho incontrato un allenatore indimenticabile, Giancarlo Asteo, romano dal pugno di ferro e dal cuore d’ oro. Mi ha insegnato l’ etica del lavoro, a non rinunciare mai ad insegnare «i fondamentali», e a non lamentarsi mai, neanche se ti mancano 5 titolari.” (Lino Lardo, fonte Corr. della Sera).

Ho fatto parte della sua squadra come giocatore a Forlì, ai tempi sponsorizzata Latini Cucine, nella stagione 1983/84 in serie A1. Per me era il secondo anno in serie “A” dopo la bella esperienza a Torino con la Berloni. Già dai primi allenamenti mi accorsi di essere di fronte ad una persona straordinaria, con una umanità trasmessa a tutti.

Tecnicamente mai avuto un allenatore che insegnasse così bene i fondamentali a tutti indistintamente curava ogni particolare, e la voglia e l’entusiasmo che metteva contaggiava tutti.

Difensivamente voleva grande aggressività senza troppi accorgimenti.

A quei tempi era famoso il suo incitamento nei miei confronti: “a Lino pressa…”.

Fuori dal campo era spassosissimo la sua “romanità” veniva fuori nella maniera migliore, attraverso battute e prese in giro che noi volentieri poi imitavamo.

Ma era anche un esempio di persona che ci trasmetteva valori importanti di vita.

Mi ha allenato solo un anno, ma è entrato nel mio cuore come una persona cara da non dimenticare mai.

Lino Lardo

La testimonianza di Stefano Sbarra

grazie a lui ho esordito in serie A, grazie a lui sono andato a giocare nello storico Banco di Roma, grazie a lui ho imparato tanti fondamentali e tanta pallacanestro fatta di cose semplici essenziali e soprattutto pallacanestro di sacrificio fatica e tanta difesa.

Parlare di Giancarlo sarebbe facilissimo, basterebbe nominare soltanto i tanti, giovani giocatori che ha fatto esordire in serie A, ma mi vengono in mente un paio dei molti aneddoti che possono descrivere meglio il “CERBERO” come lo chiamavamo, simpaticamente, tutti noi, suoi giocatori.

Il primo accadde quando venni convocato per gli europei juniores in nazionale nel ’79. Gli dissi: visto Giancà? Mi hanno chiamato in nazionale” e lui: se a Sbara ma quale nazionale, nazionali senza filtro”, riferito alle allora sigarette.

E l’altro quando a Vigevano durante una partita mi mise in campo e dopo trenta secondi chiese time-out e cambio, ovviamente il cambio era per me, io mi siedo e lui venendo verso di me mi da un calcione su una gamba, apostrofandomi: così ti impari. Mi sto ancora chiedendo cosa avrei dovuto imparare.

Questo era Giancarlo, un padre che qualsiasi cosa ti dicesse o facesse era fatta in piena genuinità e senza nessun preconcetto.

Grazie Giancarlo, mi hai permesso di fare la cosa che più ho desiderato nella vita, giocare a basket, e magari senza il basket la mia vita sarebbe stata completamente diversa.

Stefano Sbarra

L testimonianza di Enrico Gilardi

A testimonianza diretta della svolta decisiva nella sua vita cestistica porto il nitido ricordo del suo primo allenamento con il nostro gruppo del 1957 a Roma dal ritorno di un viaggio in Usa con il suo amico/allenatore Carlo Cerioni. Entra in palestra, ci mette seduti sotto al canestro e ci dice alla sua maniera ed entusiasticamente che tutto quello che avevamo conosciuto e creduto fosse la pallacanestro potevamo accantonarlo perché da quel giorno lui ci avrebbe fatto giocare con altri principi e con intendimenti tecnici/tattici a noi allora sconosciuti. Aggressività difensiva con anticipo costante e pressing sull’avversario e poi in attacco gioco libero basato su creatività individuale, passaggi e movimento tutto finalizzato di conseguenza a creare opportunità anche ai propri compagni di squadra ( famigerato “passing game” ). Da quel giorno noi tutti fummo contagiati da quel suo entusiasmo e lo seguimmo ciecamente per questa strada anche se nessuno di noi giovani, a quel tempo, aveva mai avuto modo di vedere giocato il basket americano di quel tipo e senza immaginare che stavamo iniziando a vivere una esperienza cestistica che avrebbe lasciato un segno importante nella evoluzione e crescita del basket romano.

Enrico Gilardi

La testimonianza di Massimo Coccia

Il viaggio in USA fu a Natale/Capodanno del 1972 o 1973, non sono sicurissimo ma probabilmente 1973 e fummo a tante partite di college (NCAA) della costa est e all’Holiday Festival (torneo universitario ad inviti che si svolge ogni anno al Madison Square Garden nei giorni di vacanza natalizia tra alcuni dei migliori college americani, come St. John, ecc.).

I siparietti tra Giancarlo Asteo e Carlo Cerioni (allora vice-allenatore insieme a Dido Guerrieri della Nazionale di Primo) restano tra i ricordi più divertenti della mia vita.

Fino a quel momento in difesa contro gli esterni si stava con il sedere e i piedi (e dunque la pancia) un po’ arretrati rispetto all’attaccante per evitare che partisse in penetrazione, e con il busto un po’ inclinato e le braccia protese un po’ in avanti e con un piede davanti e l’altro dietro per “invitare” l’attaccante ad andare caso mai in penetrazione da un lato anziché dall’altro. Giancarlo si rese conto negli USA che i difensori (in particolare i grandi atleti neri di cui erano pieni i college, peraltro a quei tempi con vistosissime capigliature “afro”) stavano molto giù sulle gambe e (visti di profilo) totalmente “piatti”, cioè con la pancia come parte più in avanti del corpo anziché le braccia e il busto esattamente verticale rispetto al terreno. Stavano inoltre attaccati all’attaccante (da qui l’esclamazione di Asteo più volte ripetuta durante il viaggio: “ma questi difendono panza contro panza”, nel senso che il difensore cercava di stare con il suo bacino/addome più vicino possibile al bacino/addome dell’attaccante) e con i piedi paralleli anziché uno più avanzato dell’altro sia quando aveva la palla sia in anticipo quando non l’aveva. In sostanza, l’idea era quella di aggredire brutalmente e “togliere il respiro” agli attaccanti per non fargli fare assolutamente niente e fargli perdere la palla per la grande pressione (passi, passaggi sbagliati, ecc.). Ovviamente, lo sforzo atletico e il dispendio di energie in difesa erano pazzeschi. Inoltre, molti di quei college facevano pressing a tutto campo tutta la partita applicando quei concetti di “asfissia” su tutto il campo. C’è da considerare che ciò era anche figlio delle regole di college di allora, dove non c’erano i 30 secondi e una squadra poteva girare palla tutto il tempo che voleva, ma c’era la regola dei cinque secondi per il singolo giocatore pressato, c’era la regola dei 10 (o 8?) secondi per passare la metà campo e c’era un’altra strana regola che non ricordo bene ma che grosso modo diceva che tu dovevi ogni tot secondi far arrivare la palla oltre la linea immaginaria data dal prolungamento della linea di tiro libero. Insomma, se si aggrediva si poteva recuperare la palla, se si era passivi e magari si stava sotto, la squadra in vantaggio poteva “congelare” la partita facilmente.

Mi sembra di ricordare che stavamo seduti sotto il canestro del campo dell’Acqua Acetosa quando Asteo, a ritorno dal viaggio in U.S.A., ci comunicò che tutto quello che credevamo di sapere sul basket andava messo da parte e da quel momento si sarebbe giocato in tutt’altro modo.

Sarà stato subito dopo l’Epifania del (1973 o) 1974. Da quel giorno il ritmo e lo sforzo fisico degli allenamenti diventò forsennato, con l’attenzione rivolta quasi solo alla difesa, e noi iniziammo a giocare sempre a pressing tutto campo tutta la partita. In attacco ci faceva giocare “shuffle” con tutti che finivano dappertutto e grande spazio al talento individuale di cui abbondavamo (Gilardi, Manzotti, Cirotti, Tassi, Ciaralli). Io giocavo come terzo playmaker ma con quel tipo di impostazione tutti dovevano giocare un buon numero di minuti per non morire sul campo e quindi finivo per giocare in genere una decina di minuti a partita. La finale per il titolo cadetti del 1974 fui n.e. ma mi ricordo che negli ultimi minuti avevamo tutte le guardie con 4 falli ed ero terrorizzato di dover entrare a freddo proprio alla fine (per fortuna non servì).

Massimo Coccia

La testimonianza di Maurizio Gherardini

“È stata una delle più “belle” persone che ho incontrato nella mia vita, e non parlo solo di basket: sempre diretto, sincero, trasparente, buono. Ed è stato lui, arrivato a Forlì, a consigliarmi di intraprendere una strada diversa da quella che avevo percorso fino a quel momento. Era alla sua prima esperienza lontano da Roma, voleva che qualcuno potesse fungere da “filtro” con una dirigenza molto numerosa, qualcuno di cui fidarsi. Così lui cominciò la sua esperienza in terra di Romagna ed io la mia in giacca e cravatta……fu proprio a lui il primo ad intuire che avrei fatto meno danni dietro una scrivania che non sul campo e a lui, e al Prof. Galassi a quel tempo Presidente a Forlì, devo molto di quello che ho poi raggiunto. Ma ho conosciuto Giancarlo anche nel percorso della sua malattia: una forza e una serenità incredibili, con il sostegno di una moglie meravigliosa e due bellissime figlie……penso di aver imparato tanto e comunque il ricordo suo è un qualcosa che mi tengo sempre molto stretto e caro