“Mi definisco un giocatore, non un allenatore! Quella dell’allenatore, o meglio dell’istruttore è una strada che ho intrapreso, anche con risultati soddisfacenti, per infortunio e perché complementare alla mia professione di Insegnante di Educazione fisica.

Ma mai ho cercato o pensato di essere professionista del Basket perché lo trovo in contraddizione con la mia personalità o meglio coi difetti della stessa. La mia grande aspirazione è sempre stata la famiglia che ho sempre visto in conflitto con la passione del basket. Passione da sognatore, una spinta onirica che ancora mi trasporta sul parquet, ma sempre da giocatore “prestato” ad allenare.

Certo che ho qualcosa da dire anche come Coach, ma sempre con i riferimenti dell’ “io” giocatore.

Ho appreso il gioco da solo, riproducendo sul campetto quello che vedevo fare dagli altri, ma dopo averlo “visto” con gli occhi del ragazzino che sogna. Mi rimaneva impresso in sogno il flash della partita, i movimenti “visti” insieme all’attimo della loro esecuzione.

Il grande Beppe Lamberti mi vide e, per farmi giocare negli Juniores della Virtus, mi ospitava a casa sua, la sera degli allenamenti, perché io venivo da Budrio, dalla campagna. Avevo 15 anni ma giocavo con i miei compagni più grandi, diciottenni. Nel 1960, a 17 anni, ho esordito in Serie A con la Virtus, con gli Olimpionici di Roma verso i quali non ero per nulla intimorito. Il caro amico Achille Canna (Capitano alle Olimpiadi di Roma) ricorda ancora quando lo battevo con una finta di corpo a cui davo seguito al “tunnel”…! Un episodio che lo faceva imbestialire. Lo facevo giocando a calcio, figuratevi con le mani! Ben presto nella Nazionale giovanile attiravo le ire del grande Nello Paratore che riteneva la mia tecnica, appresa dagli altri, troppo ricca di “preziosismi”; li riteneva inutili.

Una volta in allenamento mi minacciò di rispedirmi a casa, ma io puntualmente li riproponevo, tutti, in partita, e con successo. Ho compreso così che spesso gli allenatori la pensano allo stesso modo: l’importante è fare canestro, sul come ci può essere spazio… Cosi mi fece esordire a 18 anni in Italia-Yugoslavia (93-90) a Bologna. Non mi fece giocare, ma ero pronto. Lo stesso anno Eduardo Kucharski, allenatore della Virtus 1960, mi faceva giocare per annullare i migliori realizzatori delle varie squadre italiane. La nazionale Yugoslava di allora era fantastica, ricordare i loro nomi mi fa ancora rabbrividire.

Eppure mi sentivo pronto ed oggettivamente lo ero.

Ho avuto una carriera da giocatore dove i vari Coaches che mi allenavano mi hanno sempre chiesto di risolvere certe situazioni senza mai darmi suggerimenti. Ero autonomo in campo. Vedevo ed agivo.

Pensare era troppo lento. Le tattiche che si fanno ora c’erano anche allora, nulla è cambiato nell’essenza del basket. Ci preparavamo in allenamento ed io scrivevo tutto in un quaderno. Ero sempre pronto, come un allenatore in campo. Ho sempre ascoltato il mio Coach, ma sapevo anche che gli avversari avrebbero distrutto quello che noi preparavamo in allenamento. L’attimo in cui gli altri vanificavano del nostro attacco era il mio momento, facendo qualcosa che gli avversari non potevano sapere perché frutto del mio repertorio personale. La sorpresa e l’imprevedibilità paga sempre.

Da diciassette a ventidue anni ho giocato come protagonista, poi il ginocchio saltò e l’ortopedia allora non esisteva, nel senso che ti ingessavano un mese e per te era finita. Rieducazione? Dovevi arrangiarti. Io l’ho sempre fatto giocando, ma in quel caso ero spacciato. Ho ripreso a studiare, giocando non ero più lo stesso, sembrava la fine dei sogni. Invece quando nella vita si chiude una porta , ecco un “portone” che si apre. Trovo Cristina, mia moglie, che è molto meglio di segnare 40 punti in una finale…!!!

Basta col basket giocato, comincio ad allenare. Juniores Virtus 1972. Subito campioni d’Italia. Moltissimi allievi approdano in serie A. Poi, come assistente di Dan Peterson, vivo tre anni dentro un sogno. Mi chiamano al Fernet Tonic, terza squadra di Bologna: dalla “B” saliamo subito in “A”, con uno squadrone che faceva paura: Massimo Masini, Romeo Sacchetti, poi Frediani, Anconetani…! Quindi, nel ‘76, Dan mi richiama: “Coach, torna con noi questa è la tua società!”

Con Dan sono stato fino al suo esonero. Nel 79-80 e 80-81, insieme a Driscoll, vinciamo lo scudetto. Ho avuto l’onore di allenare il grande Kresimir Cosic, il più grande straniero (a mio avviso) mai approdato in Italia. E’ il fiore all’occhiello della mia vita di allenatore.

L’anno successivo 80-81 come capo allenatore (da solo) ho compreso che, quando la squadra non ha la “chimica” giusta si va alla deriva. Scontato, vero? Via Cosic, la squadra fu fatta malissimo. Comunque imbattuti in coppa e terzi in campionato decisi per le dimissioni, con grande amarezza.

Come tutti i cavalli che decidono di correre da soli, visto che allo stesso modo ero diventato giocatore ed allenatore “ruspante”, decisi di cambiare la meta del mio essere allenatore. Dare uno scopo diverso al lavoro di Coach. Ricominciare da capo senza andare più alla ricerca del campione, ma utilizzare il basket per far crescere insieme i ragazzi. Far superare loro la fase critica quando, per la soddisfazione dei propri bisogni primari in chiave affettiva e relazionale, un ragazzo decide che il gruppo sostituisca la famiglia.

A Granarolo, sempre nella “bassa” bolognese, ho maturato il proposito che i miei giovani giocatori, per quanto validi, potessero avere un percorso di crescita lontano dalle “sirene” delle società di serie A, troppo spesso dispensatrici di sole frustrazioni per chi non sia realmente di primissima fascia. La prima meta doveva essere quella di costruire un gruppo di amici del basket. Tenerli insieme per superare la fase critica della loro crescita psicologica. Un livello di obiettivo più alto del semplice allenare, un valore educativo da raggiungere.

Il collante? Spesso la vittoria. Ho compreso che l’ortodossia del basket proposta da molti allenatori spesso comporta elementi di frustrazione per i ragazzi, ed eventuali vantaggi ai soli allenatori. Chi imposta le cose secondo questa logica lavora per sé stesso e non per il futuro del giocatore. Non sono tanto gli allenatori ad insegnare la strada per diventare giocatori di serie A, quanto il sogno dei ragazzi, avendone il talento. Non solo posso portare il mio esempio, ma anche quello di tanti altri giocatori. Gli allenatori possono solo essere di complemento a questo percorso e far qualcosa di importante per la formazione futura di quei ragazzi che, per loro caratteristiche, devono evolvere in modo significativo la loro dimensione di gioco per poter ottenere dei risultati da adulti.

Troppo rischioso o troppo difficile? Non credo che le sconfitte siano strumento di crescita. Sicuramente più la vittoria che la sconfitta ha il potere di far diventare un gruppo di ragazzi “squadra vera”. Creare il gruppo per far vivere “bene” un difficile, contraddittorio e talvolta rischioso periodo della vita era la vera meta, la scelta del Campionato a cui partecipare il semplice mezzo di questo percorso. Non ci riuscii a Granarolo perché occorre la fedeltà dei genitori che, purtroppo, perdono facilmente la testa al richiamo delle “sirene”. E quando uno cede, spesso il contraccolpo sfalda anche il gruppo…

Alleno ora a Budrio da 5 anni. L’anno scorso abbiamo aderito con entusiasmo all’idea dell’amico Maurizio Massari di fondare un progetto insieme, partendo dalla condivisione di questi presupposti e dal fatto che le sicurezze acquisite andassero combinate con opportunità di confronto e crescita. Chiamammo il progetto InBin, Insegnare il Basket Insieme. Grazie a questo percorso, siamo riusciti a tenere lontani i nostri giovani dalle grosse società permettendogli comunque opportunità di alto profilo. Sono un gruppo fantastico che stiamo traghettando, tenendoli insieme, per superare il mare di difficoltà della vita di oggi. Diamo a loro la possibilità di confronto con altri giocatori, quelli più bravi della regione. Siamo convinti che lontano dalle grosse società, attraverso l’opportunità di rimanere protagonisti del loro percorso di crescita, abbiano più opportunità di diventare giocatori veri, ma, chiaramente, dipenderà soprattutto da loro. Sostegno tecnico e possibilità di allenamento di ogni tipo non mancheranno. Lo devono solo sognare, avendone il talento.”

Dan Peterson nel Convegno sul Settore Giovanile tenutosi a Reggio Emilia durante le Finali Nazionali U21 2007, ha detto di Ettore:

“Dai nostri settori giovanili sono usciti i migliori allenatori attualmente sulla scena: penso a Ettore Messina, a Sergio Scariolo. Ma ci sono anche altre figure e altre storie. Penso ad un altro Ettore con cui ho lavorato sempre a Bologna, Ettore Zuccheri, che, da eccellente allenatore che era, ha consapevolmente deciso di essere istruttore di settore giovanile e di formare, a livello di base, i giocatori di domani. Solo questo può realmente sviluppare il futuro: eccellenti istruttori che si dedichino lontano da riflettori, risultati ed affermazione personale al lavoro di base. Ed in questo, Ettore Zuccheri è un esempio per tutti.”